Delle agenzie e di Twitter

(di Beniamino Pagliaro)
[Disclaimer: lavoro per un’agenzia di stampa, l’ANSA. Fabrizio Goria è un mio amico. Scrivo su sotn.it perché sicuramente questo è un tema di cui parleremo a State of the Net 2012 (bp)]

Reuters minaccia di denunciare Fabrizio Goria perché diffonde su Twitter i contenuti (o i titoli) dei lanci dell’agenzia di stampa. Le opinioni e i pareri, anche legali, sul caso non mancano (Sole 24 Ore, Il Post, Panorama, Wired.it).

Cerco di azzerare il volume della polemica – che poi è rientrata -, della solidarietà e del popolodelweb, per guardare al significato di questa storia.

Modello

Reuters è un’industria. Vende notizie. Per semplificare, Reuters : notizie = Audi : automobili. Come e più di ogni società, deve avere un buon prodotto (notizie; automobili); essere credibile rispetto ai propri clienti e al mercato (puntualità, imparzialità, tempismo, visione; buone prestazioni, freni che funzionano).

Prodotto e credibilità non sono scollegati, ovviamente. Ma la tendenza ad accelerare e disintermediare introdotta dal social web mette in crisi alcune abitudini: dimenticata la sbornia del tutto e gratis, le testate giornalistiche sono online almeno parzialmente aperte (gratis) per questo. Aumentare la propria credibilità e incassare ricavi pubblicitari. La notizia corre: chi non è online, non è.

C’è un però. Audi investe in comunicazione, può perfino regalare delle automobili per farle conoscere o associare il marchio a un calciatore. Ma se poi voglio la Audi, mi tocca andare dal concessionario.

E per Reuters? L’agenzia pubblica dei contenuti nel proprio notiziario a pagamento; pubblica dei contenuti sul proprio sito web; pubblica dei contenuti sui social media. Fino a ieri andavo sul sito Reuters, pagavo l’abbonamento, o leggevo le notizie riportate dai giornali. Poi arriva Goria, che legge delle notizie dal notiziario (che il suo giornale paga regolarmente) o dal sito web, e le pubblica su Twitter, citando la fonte. In pochi secondi, in due passaggi, il king of content è diventato Goria. Twitter c’entra – imprime velocità, facilità e familiarità al contesto in cui viene diffuso il contenuto -, ma non è l’elemento decisivo. Goria lo fa e non chiede un euro ai suoi lettori, certo. Ma nel frattempo è diventato un re. Perché? Ha iniziato a produrre senso.

Se prima dovevo abbonarmi a Reuters, ora mi basta leggere un utente su Twitter? No. Ma a molti può bastare. Da questo processo, Reuters può avere un danno (meno abbonamenti) e un vantaggio (credibilità: ma spiegate voi alla prima agenzia economica del mondo, fondata nel 1851, che la credibilità, oggi, si ottiene grazie a un mio amico su Twitter).

King

Perché gli account personali su Twitter sono più affidabili e (in proporzione) più seguiti di quelli aziendali? Perché sono veri (Il nostro Euan Semple direbbe: Organizations don’t tweet, People do, ma ci vorrebbe un altro post per ragionare su come le stesse persone diventino anche brand). Sono artigianali per definizione. “Conosco” chi twitta o ritwitta, in poco tempo capisco la sua selezione. Fabrizio si occupa di giornalismo finanziario: ha la bravura e fortuna di aver interpretato una tendenza in un momento quanto mai interessante per le notizie finanziarie e di politica economica. È diventato re perché produce senso, è diventato autorevole (tweet dopo tweet). E la produzione di senso è ciò che chiediamo a un giornalista o a un giornale.

Sum ergo twitto, e non il contrario. La finzione può durare poco, ma può esistere. Il giorno del referendum croato per l’adesione all’Unione europea ho iniziato, dal mattino, a twittare aggiornamenti (citando le fonti) sul voto. A fine giornata avevo ‘guadagnato’ (a che pro?) followers e molti avevano ritwittato i miei aggiornamenti, compreso qualche giornalista croato. Ora, io non sono esattamente il maggiore esperto del processo di adesione della Croazia alla Ue. Eppure, Twitter mi seguiva.

Ogni giorno

Lavoro per un’agenzia di stampa e per dei giornali. L’ANSA non ha un regolamento interno per l’uso di Twitter (AP e Reuters seguono invece la linea del ‘Don’t scoop the wire’). Vale il buon senso: di solito, dopo che il contenuto è già nel notiziario, e quindi anche su centinaia di siti web, twitto una notizia che mi sembra interessante (per i miei followers) e alla fine scrivo (ANSA), come si fa nei veri lanci d’agenzia. Non sono il primo a dare quella notizia? È evidente. Ma ai miei followers potrei apparire come il primo. E infatti mi è capitato di trovare notizie pubblicate su Twitter senza fonte e di scoprire dopo che si trattava di ANSA in rete già da ore.

Le crocette

A dimostrare la complessità del discorso c’è un altro piccolo esempio. Le notizie più importanti dell’ANSA, le cosiddette B (da bulletin), vanno in rete con due ++ prima e dopo il titolo. Per esempio: ++ NUCLEARE: IRAN; AIEA, NEGATO ACCESSO A SITO PARCHIN ++. I ++ sono insomma un marchio di fabbrica, potrebbero essere, parlando di proprietà intellettuale, un marchio distintivo. Twitter ha reso i ++ decisamente popolari. Così io potrei scrivere ++CALCIO: INTER, ESONERATO RANIERI++: il mio auspicio sembrerebbe veritiero, perché, come dice una campagna marketing dell’ANSA, “Se è una notizia, è un’ANSA”. Tralasciando le tristezze nerazzurre, ogni giorno decine di utenti twittano notizie più o meno vere e più o meno ANSA con i ++. Potenzialmente, producendo un danno d’immagine (credibilità) al ‘proprietario’ del marchio distintivo.

E quindi?

Non per ripetere l’adagio “la radio sopravviverà alla tv”, ma le agenzie sopravviveranno a Twitter. Devono ancora capire bene come mettersi in relazione con questo flusso. Twitter non è uno strumento professionale, ma è immediato, e aperto. Le agenzie sono uno strumento professionale, veloce ma non immediato, e tradizionalmente chiuso. E allora, perché Twitter cita le agenzie? Perché – e ricominciamo da capo – hanno le notizie. Quando hai un contenuto esclusivo, non è mai troppo tardi, perché lo hai solo tu.

È interessante notare, poi, che su Twitter si provi a organizzare l’informazione in modo ordinato (produrre senso, mettere le coseinfila), come fanno anche le agenzie. Cosa sono gli #hashtag se non parole chiave? La differenza tra un tweet e un lancio d’agenzia da meno di 140 caratteri è nel processo di stesura: il contenuto può essere lo stesso. Ma le informazioni di un lancio (scritte, dettate al telefono) vanno inserite in un sistema; vengono lette da un desk, archiviate per argomento; e poi vanno in rete. Se andiamo a cercare un tweet – sia pure originale, chissà – sulle dimissioni di Berlusconi (pochi mesi fa), il compito è arduo. L’archivio ANSA Dea potrà risolvere il dubbio in pochi istanti.

Insomma, pensare che un utente Twitter sia in competizione con un’agenzia di stampa è difficile. Ma il problema è irrisolto. Reuters (il Data compliance desk di Reuters) può aver pensato che i tweet di Goria costituissero un danno, in termini di minor traffico web? Tradizionalmente le agenzie pubblicano con un lieve ritardo i lanci su web e social media ufficiali. Ma come convincere i propri clienti al rinnovo dell’abbonamento, se in effetti i lanci sono anche ‘aperti’ in tempo reale?

Non ci sono risposte definitive. Ieri, con le scuse di Reuters, ha prevalso l’importanza e il prestigio della grande agenzia. A dire cosa è lecito, più che la legge sul diritto d’autore, c’è stata la reazione dei giornalisti Reuters, che si sono dissociati dalla minaccia. Il loro giudizio di valore ha stabilito che twittare i loro stessi lanci, citando la fonte, è ok.

Non si discute della ovvia possibilità, per un giornalista, di remixare contenuti (e fino a ora, i giornalisti hanno sempre accettato la buona pratica del citare la fonte come una sorta di tana-libera-tutti, che forse agli editori può non piacere).

Ma chi pagherà, domani, il lavoro (e la qualità) di Reuters? Quale sarà il punto di equilibrio tra cura del prodotto (pagare gli stipendi), e credibilità?

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